Avigliana

Home
Enogastronomia
Storia
Paesi
Avigliana
Laghi di Avigliana
Abbazie e Forti
Geografia della valle
Raccolta foto

 
pagina a cura di Garrone Luciana e Magliola Claudio

Avigliana: Una passeggiata nel Borgo Medievale

                      

La visita della città di Avigliana, per chi arriva in automobile, può avere inizio da tre punti strategici: Piazzale Don Germena, Piazza del Popolo, Piazzale Che Guevara; essi offrono ampi parcheggi dove i visitatori possono lasciare le loro autovetture ed iniziare piacevoli e rilassanti passeggiate alla scoperta delle bellezze del Centro Storico, con i suoi tesori artistici ed architettonici medioevali custoditi nella parte antica della città.

Per una visita all'antico borgo cittadino, partendo da Piazzale Che Guevara, che si trova all'angolo con Corso Laghi e Via Sant'Agostino. Da qui si può subito scoprire una stupenda visuale panoramica del Castello avente come sfondo la Sacra di San Michele; a questo punto traversiamo Corso Laghi ed imbocchiamo via Mario Berta. Qui possiamo già trovare le prime tracce di un muro costruito con tecnica detta a lisca di pesce , databile intorno al 1300, presumibilmente parte dell'antica cinta muraria; proseguiamo poi lungo via Cesare Battisti al termine della quale svoltiamo a sinistra in Via Garibaldi ed imbocchiamo Via San Pietro, dopo aver attraversato Corso Laghi. In questa via si può ammirare una stupenda Porta Medioevale che prende il nome dall'omonima chiesa di San Pietro. La chiesa risale al secolo XII ed al suo interno  sono contenuti numerosi affreschi dell'epoca compresa tra il XI ed il XV secolo; di notevole interesse è l'affresco del XV secolo rappresentante il Castello, forse l'unica vera testimonianza di come fosse realmente il baluardo di casa Savoia.

Ritornando sui nostri passi affrontiamo ora la salita di Via Garibaldi fino a Via Oscar Borgesa, dove si trova un'altra porta medioevale denominata Porta Folonia. Continuiamo per Via Garibaldi fino ad arrivare alla Chiesa di San Giovanni. Questa chiesa fu fondata verso la metà del XIII secolo; essa è di notevole interesse in particolar modo per le opere d'arte in essa conservate. Lo splendido pulpito ligneo del '500 è circondato dalle tele del pittore Defendente Ferrari. Alla destra della chiesa si trova la Torre dell'Orologio, un edificio a pianta ottagonale con decorazioni in cotto, destinato ad accogliere un orologio installato nel 1330 circa, primo orologio pubblico in Piemonte e secondo in Italia dopo quello di Milano. Procedendo a sinistra verso Piazza Conte Rosso, cuore dell'Avigliana medievale, dove gli edifici sono adornati da splendidi fregi in cotto secondo le consuetudini del tempo. TORNA SU

Qui i portici degli edifici posti sui lati Sud ed Est della piazza hanno una copertura fatta con volte a crociera sorrette da piastrini in pietra decorati da eleganti capitelli. Quando la corte si trasferì molte case subirono lavori di ridimensionamento ed è per questo che oggi non possiamo più ammirare gli originali orizzontamenti in legno. Alcune finestre, probabilmente le più antiche, vennero chiuse e la maggior parte degli edifici si trasformò in modeste case a tre piani, più basse delle precedenti abitazioni signorili. Sul lato Sud della piazza si trova Palazzo del Municipio, che risale al 1700, che chiude la fila dei portici.

Al fondo della piazza, sul lato Ovest, si trova la Chiesetta di Santa Croce, la cui origine è molto antica, anche se la facciata è in stile puramente rinascimentale. Poco distante dalla Chiesa si può osservare il profondo pozzo, risalente al 1300, che veniva utilizzato per garantire l’approvvigionamento idrico del borgo, anche se molte case erano dotate di pozzi privati.

Proseguendo il nostro itinerario lungo Via Porta Ferrata i portici terminano in un signorile palazzo duecentesco: sul lato opposto si trova un’altra costruzione rinascimentale, notevolmente rimaneggiata nel 1700.

Si giunge quindi sulla sinistra in Via Norberto Rosa, che porta il nome del poeta rinascimentale che abitò per un periodo nella splendida casa medioevale, completamente rimaneggiata nel secolo scorso, denominata Cantamelo, che si può ammirare all’inizio della via. Proseguendo il cammino ed inoltrandoci nella pineta, si giunge al Castello ed Alle sue suggestive rovine dalle quali si può godere uno splendido panorama che comprende lo scenario della collina morenica, dei due laghi me della Sacra di San Michele.

Torniamo al bivio precedente e continuiamo per Via Porta Ferrata, dove s’incontra il rudere della facciata di un edificio duecentesco molto ben conservato: si possono ancora osservare le sue eleganti bifore sorrette da un’esile colonnina. TORNA SU

Di fronte possiamo ammirare la Casa della Porta Ferrata con caratteristica porta ogivale dai capitelli di pietra scolpita. Essa risale al XIII secolo ed ultimamente ha subito importanti lavori di restauro; il palazzo era su due piani con un portico, con arcate a sesto acuto e cornici in cotto rette da pilastri tondi, che dava l’accesso ad un cortile interno. Proseguendo sulla destra per via dell’Orologio ci s’imbatte in edifici medioevali di minor pregio ed al fondo della via si apre a sorpresa uno splendido e pittoresco scorcio sui tetti dell’Avigliana medioevale e sul campanile della chiesa di San Giovanni.

Tornando sui nostri passi lungo Via Porta Ferrata e scendendo leggermente sulla destra, dietro ad un cancello ed Al fondo di un viale è possibile osservare una torre molto ben conservata e che probabilmente faceva parte del sistema difensivo della città. La strada scende poi ripidissima verso un altro gioiello architettonico medioevale: Piazzetta Santa Maria. la piazza è stata sede del primo mercato cittadino. All’angolo della piazza un antico palazzotto seicentesco molto ben conservato, decorato con bellissimi graffiti, termina alla sommità con un loggiato ad archi. Su questa piazza si aprivano in epoca medioevale piccole botteghe, rimaneggiate, come gli edifici, nel XVII e XVIII secolo.

 

Poco distante, risalendo brevemente, vi è la Chiesa di Santa Maria Maggiore, di origini antichissime, tant’è vero che si ha notizia di manomissioni e restauri risalenti al VII secolo. Essa raggiunse il massimo splendore quando fu elevata dal Pontefice Alessandro III alla dignità di collegiata. Anticamente era soprannominata Chiesa Ducale e conserva nel suo interno i ricordi del Beato Umberto III di Savoia. Interessante è anche il campanile. Esso presenta una tipica decorazione trecentesca a piatti di ceramica smaltata (presente anche sul campanile della Chiesa di San Giovanni Battista)

Si prosegue poi per via XX Settembre, costeggiata da case molto antiche con finestre ogivali o quattrocentesche che affiorano dalle scorticature degli intonaci. Lungo tale via si trova l’Oratorio del Gesù, ridotto ora ad una cappella in stile barocco, ma che poggia su una base sicuramente risalente a tre secoli prima dell’affermazione di tale stile. Particolarmente interessante è il basso campanile.

Proseguendo per via XX Settembre costeggiamo ancora una casa quattrocentesca ed incontriamo una porta medioevale denominata Porta santa Maria per poi giungere nella zona del cosiddetto Palazzo del Beato Umberto, di gusto gotico, molto rimaneggiato. L’edificio fu costruito in seguito ad un lascito del 1347 ed è stato sede dell’antico >Ospedale dove venivano ospitati i pellegrini che transitavano sulla via Francigena. Di fronte a tale edificio si trovano i resti di una fortezza ampia e quadrata, collegata alla via da un ponte in muratura, un tempo in legno. Nel cortile si possono ancora ammirare un pozzo, un abbeveratoio e dei magazzini. La via si allarga poi in un borgo fuori mura che prende il nome di Largo Beato Umberto, sul quale si affacciano case del XVII secolo per poi chiudersi nuovamente in una strada porticata da un lato, la Via Galiniè, con due palazzi, uno del 1300, detto Palazzo del Vescovo o Casa Senore, e uno del 1400. Il nome di Casa Senore deriva dall’ultimo proprietario: dell’edificio originale rimangono la faccciata, che subì importanti interventi di restauro all’inizio del secolo scorso, e l’ambiente retrostante.

Giunti a questo punto torniamo sui nostri passi, transitando sotto il ponte d’accesso alla fortezza quadrata, che ospitava l’antico corpo di guardia, e discendiamo verso Via Alliaud per raggiungere il posto in cui abbiamo lasciato la nostra auto. TORNA SU

AVIGLIANA

Un museo della memoria per conoscere la nostra valle

La nostra valle, spesso considerata unicamente come corridoio per i traffici internazionali attraverso l Alpi, ha in realtà sedimentato la sua storia in mille testimonianze materiali oltre che documentarie. Se ci riferiamo al più recente passato, sono le testimonianze del mondo contadino a prevalere, seguite subito dopo da quelle della prima industrializzazione, quello che viene oggi definito come periodo dell'archeologia industriale. Per entrambe le fasi sarebbe opportuno lavorare, in questi anni, al fine di conservarne le testimonianze.

Un ragionamento che non è nuovo e che in valle ha avuto un primo momento di riflessione una decina di anni fa quando si prospettò l'idea di un museo etnografico di valle. Le iniziative che si sono susseguite, con varie proposte,  sembrano orientare verso una specie di ecomuseo della media  bassa valle, articolato in più punti caratterizzati dalle specificità di ogni zona. L'idea è interessante e consentirebbe anche di recuperare per i nuclei museali contenitori che costituiscano, essi stessi, una testimonianza degna di conservazione. L'esperienza è già solidamente praticata della vicina Francia e,  per il  nostro paese, in Trentino con il museo ladino ella Val di Fassa.

Oggi l'esigenza di non lasciare cadere l'esperienza di quel passato che ha costruito il nostro presente e che probabilmente condizionerà il nostro futuro, appare non più rinviabile.

Testimoniare il passato non significa affatto mitizzarlo e dunque darne un'immagine distorta dell'eccesso di affetto che di solito si matura per le cose passato cui ci affezioniamo perchè siamo sentimentalmente legali ai nostri ani trascorsi. Il meccanismo psicologico che in questi casi si innesca è quasi sempre quello di sbiadire le tristezze, le angosce, le sofferenze del passato, per lasciare affiorare solo gli aspetti più desiderabili e sereni. La rimozione delle sofferenze tende ancor più a prevalere quando ci occupiamo del passato degli altri. Ecco allora che il rischio di peccare di scarsa obiettività si fa ancora più temibile.

Dalla documentazione raccolta a fini storico-scientifici devono invece trasparire anche il sacrificio e la sofferenza che hanno segnato il momento in cui la testimonianza materiale raccolta è stata prodotta. Ciò non significa comunque rimuovere anche l'impulso a ripetere quella scommessa che i nostri padri e i nostri nonni hanno fatto per offrirci un futuro. Perchè ciò che loro hanno spesso registrato come sofferenza, a noi appare come slancio generoso nei confronti di quella speranza che muove la storia dell'Uomo.

E' questo il messaggio che dobbiamo trasmettere con la museificazione della storia trascorsa. Non un retorico ritorno al passato - che è il "bel tempo che fu" solo in chi non avendolo vissuto lo mitizza - ma la riappropriazione della propria storia, delle radici culturali che ci appartengono e delle quali non dobbiamo affatto vergognarci.

Per quasi tutti noi l'origine è contadina. Il radicamento alla terra ha segnato il lungo periodo preindustriale. E non è detto che, di fronte alla crisi ambientale del sistema industriale, non si sia costretti a rivalutare un periodo ella storia dell'umanità dato tropo affrettatamente per superato. Cero non si tratterà di un ritorno alla candela, alla caverna o all'aratro a trazione animale, ma cero accorrerà rivalutare il settore primari,  quello che ci dà il cibo e con esso moltissime materie prime rinnovabili da utilizzare. Il loro migliore uso è forse la chiave per lo sviluppo dell'uomo del nuovo millennio che non potrà continuare ad abusare delle ricchezze non rinnovabili del pianeta, in via di esaurimento.

Dunque conoscere il passato può aiutarci ad affrontare il futuro. E allora il museo ella memoria non è solo un luogo di rimpianto e di ricordo, ma diventa un'occasione per riflettere e per cercare dalla memoria dell'uomo lo slancio per affrontare il domani.

Dal passato abbiamo molto da imparare; è in gioco il nostro modo di vivere nel prossimo millennio e  se vogliamo un uomo del futuro che non  sia solo spettatore e consumatore di prodotti preconfezionati, ma ritrovi il suo naturale ruolo di attore, dobbiamo prevedere il recupero di una serie di attività che, come nel passato, rimettano al centro dell'attività umana la  creatività e la  manualità. Questo ci deve insegnare la ricerca del passato, la storia dei nostri padri e dei nostri nonni. L'orgoglio del fai da te, il piacere di realizzare qualcosa, di viverne la creazione. Perchè la fatica - se fatica ci deve essere- non può essere separata dalla soddisfazione di vedere la realizzazione che produce.

E' questo uno dei messaggi che un centro di documentazione della cultura materiale ci deve saper offrire. Ma non è il solo.

Pensate ad esempio all'affascinante viaggio nella storia di un territorio che gli oggetti e la memoria ci possono far fare. Interrogare gli anziani su com'era il proprio quartiere,  il proprio paese, la campagna che ci circonda. Chiedere loro di raccontarci com'era opificio oggi abbandonato o semidiroccato; quale attività vi si svolgeva dentro e fuori; rileggere attraverso documenti e testimonianze la vita sociale del proprio paese o del mulino, della banda musicale e delle feste popolari e non .....

Oggi un museo può parlare attraverso gli oggetti raccolti. Ma ogni oggetto raccolto deve essere solo il primo spunto per raccogliere e raccontare la sua storia con interviste al magnetofono o alla videocamera. Può diventare l'occasione per incontrare persone che possono darci elementi utili alla sua conoscenza in un gioco-scoperta degno del migliore investigatore. Solo così il museo non diventerà una triste raccolta di oggetti inanimati, presto ricoperti dalla polvere e nuovamente dimenticati, ma sarà un ambiente vivo in cui ogni cosa raccolta è in grado di raccontare la sua storia e tutte insieme di raccontare la storia della comunità in cui viviamo. TORNA SU

Il museo etnografico della Scuola Media Statale "Defendente Ferrari" di Avigliana

Nato nell'ambito di una serie di ricerche didattiche, il Museo-osservatorio etnografico della scuola medi "D.Ferrari" di Avigliana è una realtà e la sua storia si avvia a diventare insegnamento e proposta. L'allestimento è in continua evoluzione e i protagonisti di questa stimolante avventura sono stati i ragazzi guidati dai loro professori ma anche le stesse famiglie degli allievi, coinvolte nella ricerca, e con esse i conoscenti e quanti, sensibilizzati dalla efficace opera dei giornali locali, si sono uniti all'iniziativa, donando il materiale che è stato catalogato ed esposto al pubblico, ai nonni, fonte di preziose notizie, agli artigiani, che sono andati a scuola a ripetere per i ragazzi in lezioni affascinati i vecchi mestieri con i vecchi attrezzi va una menzione speciale.

LA SCATOLA DI PENNINI.

Quanti ne contiene! Sono sottili e lucenti, quasi tutti nuovi. Giorgio apre e chiude la scatolina, e non cessa di guardarli, di toccarli,di ammirarli.

“Questo è bello, vedi mammina? Quest’altro, così rotondetto, scrive meglio di tutti: lo sai?E questo d’argento scrive fino fino…..Me l’ha dato Roberto, il mio compagno”.

“ i pennini scrivono bene se la manina che li regge li sa guidare bene”

“Ma questi sono i migliori pennini di  mondo, te l’assicuro! Guarda: ne ho venti!”

“ E che ne fai di tutto quel tesoro? Non ti basta un pennino per scrivere?”

“ E se si rompesse?”

“ E allora puoi tenerne due o tre per ricambio.”

“ E gli altri?”

“ E gli altri, piccino, mio, falli lavorare!”

Diventeranno oziosi e pigri a lasciarli sempre dormire nella scatoletta!.... Metteranno su ruggine e…superbia!”

“Come devo fare allora?”

“ Devi guardarti intorno nella scuola: vedrai dei bimbetti, tuoi compagni, che gireranno per i banchi, con la piccola cannuccia vuota di pennino, e ti chiederanno con gli occhi: “Giorgio, ne hai uno?” E tu lo darai subito con un sorriso……E il pennino uscirà felice dalla scatolina, e aiuterà quel povero bambino”.

“ Ma io rimarrò senza”.

“Ne avrai ancora, sempre abbastanza! E se pure tu non ne avessi più sai cosa succederebbe?.... I pennini che tu avrai a poco a poco imprestato, o dei loro fratellini nuovi, tornerebbero nella tua scatoletta in caso di bisogno”.

“ Ma i pennini non hanno gambe, mammina!”:

 

 

“Eppure tornerebbero, ne sono sicura! Chi dà agli altri, sarà aiutato quando si troverà nel bisogno: Come le rondinelle che volano tutte insieme in alto e si appoggiano con le ali alle vicine; come le formiche che spingono nel formicaio il bocconcino che servirà a tutte; come i buoni bimbetti che si vogliono bene

                                                                

    (Tratto da un libro del passato)
TORNA SU

 

                                                                                

 

 

LIBRI E QUADERNI

        Quanta carta adoperano gli scolari! Quanta ne imbrattano, ne sciupano e ne gettano sotto i banchi! Ma chi è avvezzo all’ordine e alla pulizia, no getta nulla per terra, neppur ciò che gli pare non sia più buono a  niente;ed io vorrei che gli alunni facessero una bella cesta di vimini o di giunchi, per riporvi tutta la carta che buttan via.

      Così facendo, s’abituerebbero ad essere assestati ed a tenere pulito il luogo dove stanno, specialmente la scuola; e imparerebbero che nulla v’è inutile, e che anche  dalla carta sudicia si può trarre profitto.

      Macerandola, si rimpasta per farne altra carta.

      Con un soldo si compra un quaderno, che ha una bella copertina colorata; e con dieci centesimi se ne compra uno più grosso, di carta anche migliore.

       E’ una vera fortuna per chi studia e s’istruisce, che la carta costi ora così poco; ma una volta la cosa era ben diversa!

       In tempi passati, non v’era carta. I sacerdoti, i magistrati e i dotti soltanto scrivevano o su fogli di corteccia di una pianta palustre, che ha i filamenti durissimi, della papiro. 

       Scrivevano pure su pezze di lino accuratamente preparate, o su pelle conciata d’animali, particolarmente di pecore, che perciò si chiamava cartapecora od anche pergamena, dal nome d’una città dove se n’apprestava d’eccellente.

       Ma che spesa ci voleva a procurarsi quelle carte! Poi, per fare la carta, si incominciò ad adoperare cenci di seta, di lino o di cotone per quella fina, e la paglia di grano e di riso, e perfino i trucioli per quella che serve ad involtare.

       La carta bianca, che già si faceva solamente coi cenci bianchi, ora si  fabbrica anche con quelli colorati, ai quali si toglie prima il colore con certe sostanze.

       Né crediate che la carta serva soltanto a scrivere, a stampare, a disegnare o ad involtare oggetti. Oltre ai bei fogli di cartone ( e se ne fanno di vario spessore) o di cartoncino o lucido o colorato, che voi conoscete, v’è la carta pesta e indurita che s’adopera a forgiare statuine, balocchi e una svariatissima quantità d’oggetti, che, a vederli non sembrerebbero di carta.

       Talvolta, e  specialmente in certi paesi d’America, la carta s’usa, compressa e assai indurita fino per costruire abitazioni.

       Ma la maggiore quantità di carta è senza dubbio adoperata per la scrittura.

       E quante belle cose, buone ed utili, si scrivono! Ma quante pure se ne scrivono d’inutili e, peggio ancora, di nocive

Quando si  legge un cattivo libro, verrebbe voglia di poter tornare ai  tempi antichi, quando le parole non se ne potevano scriver molte, perché bisognava inciderle o nella pietra o nei metalli, o  tracciarle con uno stilo su tavolette di legno ricoperte di cera.

       Coll’uso del papiro, della cartapecora e della carta, venne quello dell’inchiostro e elle cannucce dapprima temperate, poi delle penne d’oca, e finalmente di quelle d’acciaio.

                                                                                                      ( Tratto da: “La vita nei campi” Pignocco ed. Trevisini – 1906) TORNA SU

       

                                 

 

                                       

 QUANDO LA SCUOLA ERA………

 Rispetta e ubbidisci la maestra

      Alla maestra piace vedere davanti a sé visetti sorridenti, buoni e occhietti sereni; ma qualche volta è costretta a sgridarti, a farti arrossire, a farti piangere. E questo avviene quando sei disubbidiente e cattivo. Allora, o bambino, le rechi dispiacere, e dimostri di non volerle bene

                                                                                                                          (Tratto da “Sussidiario”  ed. Firenze 1919)

 

 

 

All’epoca le classi erano molto numerose, mentre oggi sono più o meno venti gli alunni per classe. Chissà che  fatica per i maestri!!!!

 

I ragazzi avevano i capelli molto corti e le bambine li tenevano ben raccolti: i pidocchi erano un vero flagello, anche perché le cure erano fastidiose quanto i pidocchi stessi. Oggi le nostre pettinature sono diverse. Sono diverse anche cure anti-pidocchi ma….. i pidocchi ci sono sempre.

 

Tutto il gruppo degli alunni forma una grande macchia scura: i vestiti sono scuri, quasi identici; ora le nostre foto di gruppo sono un caleidoscopio di colori: giallo, rosso, verde, viola anche se qualcuno, nonostante tutte le belle tute a disposizione, preferisce il nero!

 

Anche le espressioni sono diverse: tristi, arrabbiate, addormentate……. Oggi, nelle foto di gruppi e/o di classe appariamo sempre sorridenti e ironici; infatti prima della foto ci ammassiamo nei bagni per farci belli. TORNA SU

 ANCHE I NONNI GIOCAVANO......

Costruire un giocattolo era un bel “gioco”: c’era il gusto di realizzare qualcosa con le proprie mani, utilizzando quello che si aveva…………….

 …………..Felicetto, seduto all’ombra, incide col suo coltelluzzo una canna e ne fa uno zufolo.

 ……….....Dalla scatola escono sul banco barchette fatte con gusci di noce rivestiti di stagnola, trottole con  un stecchino infilato in un dischetto di carta o in una ghianda di quercia.

               Maddalena ha imparato a fare queste cose al suo paese, dove c’è la nonna, ci sono i boschi, dove i bambini si divertono senza comprare i giocattoli nelle botteghe.

 …………Cesare Martinelli riuscì a farsi una scatoletta peri cannelli da penne e per il lapis

 ………....Ma Gigetto oltre al bastimento, si fece un altro balocco, e questo fu una rana saltante, che quando fu terminata, piacque tanti agli altri fanciulli, che tutti avrebbero foluto farsene una eguale.

 …………Maso Castelli fece un paio di nacchere di bosso, e Luigi Mattei un paio di zoccoletti per la sorellina. Suo cugino Lorenzo con un ramo di sorbo costruì una balestra, con la quale, scagliando una bacchetta di nocciolo, tirava la bersaglio su dischi di carta attaccati agli alberi od al muro

                                      (Tratto da: “La vita nei campi” Pignocco ed. Trevisini 1906)

 I materiali usati per la costruzione dei giocattoli li trovavano nei campi, nei boschi, in casa….. pentole rotte diventavano elmi….. fili di ferro marionette o animali.

Usavano legno, noci, paglia, stracci, latta per costruire balocchi molto templi ma , per noi purtroppo poco resistenti

 Il tempo una volta era prezioso perché i bambini erano occupati ad aiutare i loro genitori: passavano le giornate ad accudire i fratelli più piccoli o a lavorare nei campi perché c’era sempre bisogno di due braccia in più. E quando tornavano la sera erano stanchi.

Era proprio poco il tempo pere giocare…………

 

….Poi tutti ad una voce, gli sussurrano piano:

“Resta con noi, Gianni; no partire! Ci divertiremo ancora, vedrai; non siamo dunque più i tuoi amici fedeli, i compagni dei tuoi giochi, il trastullo dei tuoi giorni felici? Resta, resta con noi!.....

…Gianni li guarda; vorrebbe rispondere, dire che il tempo del gioco è finito, che bisogna tornare al lavoro…. E carezza uno ad uno quei cari amici; li guarda con amore e quasi vorrebbe fuggire con loro…..

 

                             (Tratto da “L’età fiorita”  ed. Sei)

 TORNA SU

 

 

 

           I giocattoli erano preziosi, sia  perché rari, sia perché costruiti con pazienza, amore e impegno: Per questo erano dei veri e propri amici per i ragazzi, che li amavano e li rispettavano molto più di quanto facciano i ragazzi d’oggi.

         Una volta i bambini avevano pochi giochi, ma tanta fantasia e con questa volavano nel regno dei sogni, immaginando luoghi fantastici e sperduti.

 …....facciamo le barchette…….E, presa una vecchia rivista, ne strappa una pagina, la piega in due, poi ripiega le punte verso la base, solleva i lembi rimasti liberi, apre il “cappello” e……..

       Le due barchette vanno, vanno…. E nella mente dei due ragazzi passano, forse, visioni di grandi velieri, di lunghi viaggi, di paesi lontani, mai visti.

       La loro fantasia corre….. più delle due barchette.

       E sono felici!

 

Nel Museo Etnografico della S.M.S. Defendente FERRARI di Avigliana sono presenti alcuni giochi del tempo che fu ……… tra i quali:

 LA SLITTA

 ………..Martino arriva con la sua slitta vicino  alla scuola.

I compagni lo invidiano, lo ammirano.

Martino è cosi contento……….

 

        E’ costruita quasi interamente di legno. Il sedile è formato da quattro asticelle, inchiodate alle due parti superiori. Per sicurezza sono state collegate le due parti laterali con duraste più robuste, nella parte anteriore e posteriore della slitta. La base è formata da due assi curve poggianti su ferro per permettere la discesa. TORNA SU

 

LA  CARROZZINA

       Il desiderio di imitare le mamme ha sempre spinto le bambine a giocare con le bambole; in questo modo esse imparavano a svolgere il loro ruolo futuro

 

……..La Mariuccia si trastulla con la bambola, La tiene in braccio con si bel garbo, che pare abbia una bambina. Le ravvia i lunghi capelli biondi; la pone a dormire sul cuscino del canapè; la guarda con un dolce sorriso. Talora, baciandole il bel faccino di carta pesta, le dice amorevolmente “ Oh brava la mia bamboluccia! Oggi sei stata buona ed ubbidiente. Continua così, e farai felice la tua mammina”.

Alcune volte invece le parla duramente, corrugando le sopracciglia “Ah! Cattivaccia! Ecco ciò che hai guadagnato ad essere disobbediente e capricciosa! Sei caduta in terra e ti sei rotta la punta del naso: Ben ti sta!”

 

                                               (Tratto da “Osservare è imparare” ed. Petrini – 1898)

    

      Questa carrozzina da bambola, tutta in legno verniciato in rosa con rifiniture celesti, è composta da varie parti inchiodate o incollate tra loro: ruote, sponde,schienale, sedile, poggiamani. E’ un giocattolo molto vecchio e usato, perchè la verniciatura è scrostata e mancano alcuni pezzi, ad esempio una ruota e due manici;  una ruota è spaccata a metà.

 TORNA SU

 

 

 

 

 

 

Dinamitificio Nobel

La storia

Anche se un pur parziale riferimento alle origini e allo sviluppo dell'attività industriale del dinamitificio richiederebbe una lunga trattazione, limitandosi ai temi più importanti, in seguito all'abolizione del monopolio di Stato sulla fabbricazione degli esplosivi, la costituzione nel 1872 della Società Anonima Italiana Dinamite Nobel, filiazione della Società Anonima Dinamite Nobel di Amburgo,la stessa che qualche mese prima aveva fatto sorgere uno stabilimento analogo in Svizzera, con il preciso scopo di provvedere gli esplosivi occorrenti allo scavo, iniziato quell’anno, della galleria ferroviaria del San Gottardo; il dinamitificio aviglianese fornì l’esplosivo necessario ai lavori della parte italiana del tunnel.

All'epoca, l'impiego di tali esplosivi era sospinto da ricorrenti esigenze belliche anche di difesa e in larga misura dalle grandi opere civili che in quegli anni vedevano grande fervore, nelle forme di trafori stradali e ferroviari, e nell'impiego minerario.

La località Valloja, al confine con il Comune di Sant'Ambrogio, fu scelta per la rispondenza del luogo alle esigenze di funzionalità e di sicurezza dello stabilimento.

La collina detta Trucco di San Martino, che fu ceduta gratuitamente dal Comune di Avigliana e sulla quale furono insediati i primi fabbricati, offriva all'abitato una relativa protezione dagli scoppi, mentre la breve distanza dalla linea ferroviaria facilitava i trasporti e, nel contempo, la presenza dei canali del Molino e di Rivoli fornivano l'acqua.

Nel 1873 il numero di operai era di circa 80 unità, la forza motrice di 20 CV e la produzione giornaliera di dinamite raggiungeva i 600 kg.

Nel 1896, con l’uso di 5 pompe idrauliche, la forza motrice divenne di 700 CV ed il numero di operai aumentò fino a 250. L’acqua era aspirata dalla bealera di Avigliana (che oggi si suppone essere il canale Naviglia): le pompe aspiravano 216.000 litri di acqua all’ora. Questa serviva soprattutto per i refrigeranti, per i lavaggi correnti e per alimentare le pompe antincendio.

Già nel 1893 lo stabilimento occupava un'area di 209.440 mq con 800 dipendenti; ciò avvenne in seguito agli ampliamenti produttivi che comprendevano dinamiti, gelatine, fulmicotone, balistite e, oltre agli esplosivi, intermedi chimici, sottoprodotti delle lavorazioni principali e concimi.

Diversi incidenti funestarono l'attività già nei primi decenni. Tra i peggiori, un incendio (13/05/1890) e lo scoppio al petrinaggio e ai depositi della dinamite (16/01/1900), documentato dalle fotografie scattate da Annibale Cominetti di Torino. Numerose furono le vittime.

Verso la fine del secolo XIX, si verificò un fenomeno di grande importanza per la storia del dinamitificio e della Città di Avigliana: per una relativa riduzione di commesse da parte del Ministero della Guerra e la concomitante richiesta di dinamite in Sud Africa, impiegata per la miniera di diamanti di Kimberley e per l'estrazione dell'oro nella zona di Johannesburg, iniziò e si sviluppò un flusso migratorio di operai specializzati e tecnici, non solo aviglianesi, verso il Sud Africa, dove tuttora italiani di nascita o loro discendenti formano, per questo motivo, una significativa comunità.

Il 16 gennaio 1900 avvenne una tremenda esplosione che uccise 13 operai e ne ferì più di 50, distruggendo 5 magazzini di dinamite ed un laboratorio; lo scoppio fu talmente forte da screpolare muri ed infrangere vetri anche a Reano, Rivoli e Torino. Le cause sono tuttora ignote.

Nel 1908 si realizza un nuovo polverificio, in località Allemandi, per la produzione di C2.

Nel 1910 il dinamitificio venne ampliato per far fronte alle ingenti richieste dei Ministeri della Guerra e della Marina.

Durante la prima guerra mondiale, per esigenze belliche, il dinamitificio fu ampliato nell'area Allemandi e furono costruiti nuovi impianti in località Mareschi, raggiungendo il massimo storico nel numero dei dipendenti: oltre 5.000 unità.

Finita la guerra, nel 1921 il numero degli occupati diminuì drasticamente fino a raggiungere i 350 operai con un repentino calo di produzione.

A seguito del forte calo produttivo ed occupazionale post-bellico, si diversificò l'attività con la produzione di vernici, dal 1929, creando una società autonoma denominata Duco (acronimo di Du Pont Company) e continuando la produzione di esplosivi in maniera diversa e secondo direttive autarchiche.

 Nel periodo che va dal 1933 al 1935, con la guerra coloniale italiana, abbiamo un nuovo aumento di produzione con il conseguente aumento del numero di operai, che raggiunse anche le 1.350 unità.

Dopo un nuovo sviluppo di attività negli anni della seconda guerra mondiale che riportarono gli addetti a circa 4.000, in seguito all'armistizio, un contingente della Wermacht ne presidiò la produzione. I tedeschi  lo misero parzialmente fuori uso distruggendo gli apparecchi nitratori. Lo stabilimento, nel periodo della resistenza, fu oggetto di numerose incursioni da parte dei partigiani allo scopo di rifornirsi dell'esplosivo necessario alle loro azioni. Negli ultimi mesi di guerra l'Allemandi fu completamente distrutto dall'aviazione alleata.

 La fabbrica riaprì i battenti l’1 agosto 1945 e, con la nascita dei sindacati, le condizioni di lavoro degli operai migliorarono; crebbe anche il salario che raggiunse le 40.000 £ al mese. La produzione giornaliera di dinamite non superava però i 400-500 kg.

Finito il primo periodo di assestamento alla cessazione del conflitto, l'attività lavorativa riprese, ma a ritmo ridotto, Nel 1961 avvenne un altro scoppio che provocò la morte di un uomo ed il ferimento di 22. La produzione calò drasticamente, soprattutto a causa della scarsità delle richieste,   finché il 22 novembre 1965   la Montecatini, subentrata dopo varie vicende societarie nella proprietà e nella gestione, decise di trasferire le residue produzioni ad Orbetello, chiudendo lo stabilimento di Avigliana. TORNA SU

I PROTAGONISTI…

Ascanio Sobrero: nacque il 12 ottobre1812 a Casale Monferrato, si laureò in medicina e chirurgia e iniziò a lavorare presso il laboratorio chimico dell’Arsenale di Torino, laboratorio nato per soddisfare le esigenze belliche dello stato sabaudo. Nel 1840 si trasferì a Parigi per frequentare la Sorbona e li seguì i laboratori dei professori Dumas e Pelouzeche si occupavano dell’azione dell’acido nitrico sulle sostanze organiche. Nel 1845 gli venne assegnata la cattedra di chimica nella Scuola di Meccanica e di Chimica Applicata alle Arti e in quel laboratorio tra la fine del 1846 e l’inizio del 1847 scoprì la nitroglicerina. Nel 1848 divenne professore applicato di Chimica Generale all’università e inseguito professore effettivo di Chimica Applicata alle Arti. Dal 1859 fino al 1882 tenne la cattedra di Chimica Docimastica. Nel 1877 fu il primo presidente della scuola Cavour. Morì il 26 maggio 1888.

 

Alfred Nobel: nacque il 21 ottobre 1833a Stoccolma, terzo figlio di una colta e numerosa famiglia svedese. A partire dal1859 iniziò, con il padre, ad interessarsi al tema degli esplosivi rivolgendo particolare attenzione alla sintesi della nitroglicerina di Ascanio Sobrero. Nel 1863 edificò la prima fabbrica di esplosivi ma un anno dopo avvenne una tremenda esplosione che uccise suo fratello. Dopo questo evento Alfred Nobel decise di proseguire le sue ricerche su un battello ancorato in mezzo al lago Maelar. Il grande successo di Nobel derivò dall’aver risolto il problema della trasportabilità della nitroglicerina, sostanza che si decompone all’urto con effetti devastanti; egli infatti perfezionò le conclusioni alle quali era arrivato dopo aver rovesciato involontariamente un po’ di esplosivo sulla farina fossile usata come imballaggio. In questo modo la dinamite venne resa stabile e pertanto fiorirono nuovi stabilimenti idi produzione in tutta Europa. Negli anni successivi realizzò le gelatine esplodenti e la balistite che venne prodotta anche nel dinamitificio di Avigliana. Prima della sua morte, avvenuta il 10dicembre del 1896, istituì un premio in denaro, il premio Nobel, per chi si fosse distinto nella fisica, nella medicina, nella chimica, nella letteratura e nel conseguimento della pace fra i popoli.

 

Primo Levi: nacque a Torino il 31 luglio1919, si laureò in chimica a pieni voti con lode presso l’università di Torino. Dopo la terribile esperienza dei campi di concentramento di Auschwitz trovò lavoro presso la fabbrica di vernici Duco-Montecatini di Avigliana. In questo periodo s’innamorò di Lucia Morpurgo, sua futura moglie, dalla quale ebbe tre figli e trovò il coraggio di scrivere della sua esperienza di deportato. Negli anni successivi vennero pubblicati "Se questo è un uomo”, “La tregua”, “La Chiave a stella”, “Se non ora, quando” e “I sommersi e i salvati”. Morì suicida nell’aprile del1987. TORNA SU

 La nascita del museo

Il museo nasce nel 1999, con l'istituzione del Comitato Museo della Dinamite di cui fanno parte l'Associazione Amici di Avigliana, l'Istituto Tecnico G. Galilei, la scuola media Defendente Ferrari, la Direzione Didattica.

Emozioni e vivo interesse, e la consapevolezza di dover preservare radici così profonde della vita economica e sociale della città, hanno indotto il compianto Dr. Leonildo Carrà, già Direttore della Polveriera e Presidente dell'Associazione Amici di Avigliana, a sviluppare con forza l'iniziativa del museo.

Ciò anche per l'esistenza del parallelo museo del dinamitificio AECI di Modderfontein in Sud Africa (nel quale sono molti i riferimenti ad Avigliana, che risultano anche documentati nel nostro museo) da lui visitato con altri associati, nell'incontro avvenuto con la delegazione Sud Africana dell'Associazione stessa nel 1994.

L'iniziativa è proseguita in seno all'Associazione, con il notevole impulso della presidenza dell'ing. Giorgio Rossi e la collaborazione di consiglieri e associati, sino al coronamento dell'apertura ufficiale.

E' doveroso ancora ricordare la collaborazione degli studenti dell'Istituto Galileo Galilei di Avigliana, anche per la disponibilità, unita a quella di un significativo gruppo di studenti dell'Istituto Blaise Pascal di Giaveno, nel fornire un ulteriore supporto per l'organizzazione e l'accompagnamento delle visite, in appoggio alla cooperativa ArteFacta. Per gli studenti dei due Istituti questa attività contribuisce ad ottenere qualche punto di credito formativo.

Vi sono dunque tanti e variegati motivi alla base dell'iniziativa coronata con l'apertura del Museo del Dinamitificio, di cui si sta già impostando un ulteriore sviluppo con il ricupero di altre parti da destinare alla visita e l'intenzione di farne anche un luogo di studio, di convegni e di mostre, per dare continuità e profondità agli spunti e valori che le vicende della fabbrica tuttora propongono.

Fanno parte del complesso espositivo anche alcuni interessanti e suggestivi percorsi in galleria che si sviluppano sotto la zona collinosa e che sono serviti, parte per le lavorazioni e immagazzinamento dei vari materiali esplosivi, e parte utilizzati nell'ultima guerra come rifugi antiaerei per le maestranze occupate.

Un impianto multimediale ricrea in sonoro con urlo di sirene, pause d'attesa, rumore di aerei e scoppi di bombe, le forti emozioni di panico e pericolo che si provavano sotto i bombardamenti, mentre una serie si fotografie aeree d'epoca documentano l'interesse della RAF inglese per la distruzione di questo importante obiettivo bellico.

Il Museo, inaugurato nel settembre del 2002, è stato allestito dall'Associazione Amici di Avigliana che collabora ancora per le visite guidate. Oltre a pannelli esplicativi e audiovisivi che, con filmati d'epoca, documentano le varie fasi della lavorazione degli esplosivi si possono visitare il rifugio anti aereo per le maestranze ed i vari cunicoli e le camere di scoppio, riportati alla luce durante i lavori di ristrutturazione. Sono presenti inoltre alcune suggestive simulazioni sonore che si prestano a richiamare alla mente le condizioni di lavoro estremamente difficili dell'epoca. Dal dicembre 2007 sono stati inoltre recuperati dall'Ass. Amici di Avigliana, importanti materiali originali, tra cui alcuni macchinari di lavorazione ed oltre 300 volumi di letteratura specialistica internazionale appartenenti alla Biblioteca originale del Dinamitificio.

Il museo è aperto tutti i giorni con i seguenti orari:
ottobre-marzo (invernale): lunedì-venerdì: 10.00-12.00, 14.00-18.00. Sabato e domenica: 14:00-18:00
Ultimo ingresso: 17.00.

aprile-settembre (estivo): lunedì-venerdì: 10.00-12.00, 14.00-19.00. Sabato e domenica 10:30-19:00
Ultimo ingresso: 18.00.

Per informazioni e prenotazioni è possibile telefonare al numero 011/9327447
TORNA SU

Come si arriva

Percorrendo la SS. 25 (provenienza da Torino) appena superato l'abitato di Avigliana superare il cavalcaferrovia e al semaforo svoltare a sinistra verso la zona industriale. Alla prima rotonda girare a sinistra (percorrendola per i suoi tre quarti) alla successiva rotonda girare a destra (percorrendola per un quarto) e subito a sinistra.

TORNA SU oppure per avere ulteriori informazioni sul paese di Avigliana clicca QUI.

Testi e foto tratti da:
Antiche Nuove, Storia di un museo. Scuola Media D.Ferrari. Ed. Melli 1993
Il Dinamitificio Nobel di Avigliana. S.Sacco e G. Richetto. Ed. Melli
Comune di Avigliana. Volantino pubblicitario
Immagini di  Ghigo 1980

[HOME PAGE] [ENOGASTRONOMIA] [STORIA] [PAESI] [AVIGLIANA] [LAGHI DI AVIGLIANA]
 [ABBAZIE E FORTI] [GEOGRAFIA DELLA VALLE]
[RACCOLTA FOTO]


La proprietà di testi e immagini è indicata di caso in caso. Realizzazione a cura degli allievi del Corso Multimediale del CTP per l'anno 2007/2008.
Data ultima pubblicazione: aprile 2008